La luce come onda e materia
Lunedì 09 Marzo 2009
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Scritto da Riccardo
Approfondimento sulla luce. I parte: introduzione al fenomeno luminoso tra interpretazione classica e quantomeccanica.
La luce come onda elettromagnetica
Finora abbiamo trattato il fenomeno della luce adottando alcune semplificazioni tipiche dell'ottica geometrica. Oggi andremo più in profondità ed avremo la necessità di adottare il modello completo che descrive la natura della luce come fenomeno ondulatorio, con una introduzione alla dualità ondulatorio-particellare, importante per comprendere alcuni argomenti successivi riguardo la luce. Ho ritenuto utile ricorrere ad accenni di meccanica quantistica: per quanto estremamente affascinate, è notoriamente complessa, anche nella più semplice delle trattazioni. Sia sufficiente sapere che ancora oggi molti aspetti ne rimangono dibattuti nonchè ambigui. Non è stata una scelta facile, con il rischio che il contenuto non sia accessibile ai più digiuni della materia. Ho cercato dunque di affrontare l'argomento in maniera che le formule, per quanto già molto semplificate, non siano di ostacolo alla fluidità del discorso.
I raggi luminosi che abbiamo in precendenza visualizzato come vettori, od ancor più semplicemente come indicatori di direzione e verso, sono nella realtà immaginabili come treni di onde elettromagnetiche. Difatti qualsiasi sorgente di luce agisce come radiatore elettromagnetico. Per immortalare una singola onda in un dato istante usiamo lo schema che segue:
Questa è un'onda elettromagnetica generata all'origine della terna H,E,Z e che incide nel punto D. I vettori di ampiezza indicano l'intensità dell'onda elettromagnetica, ovvero l'energia campo elettrico (E) e magnetico (H) trasportata. Z coincide con la direzione di propagazione.
L'onda è una perturbazione del campo elettrico e come conseguenza di quello magnetico, generata ogni qualvolta una particella subisce un'accelerazione dovuta ad una qualche forza. Un elettrone in accelerazione perturba il campo di un altro elettrone vicino, il quale subirà anch'esso un'accelerazione, consentendo la formazione e la propagazione dell'onda, la quale avviene, nel vuoto, alla velocità della luce secondo la formula:
1.0
C = ν λ
con C = 299.792.458 ± 1.2 m/s e ν = frequenza ( espressa in Hz, ovvero vibrazioni / sec. )L'emissione di quest'onda ha una lunghezza λ costante, per cui si dice monocromatica. E' un'onda non elastica trasversale che dunque si propaga in direzione Z anche in assenza di materia e le vibrazioni avvengono sui piani E-Z ed H-Z. Se questo comportamento fosse costante avremo un'onda polarizzata. Le onde emesse dal sole non sono polarizzate poiché le vibrazioni variano continuamente su piani differenti passanti per l'asse Z. Dunque una rappresentazione che visualizzi altre variazioni di vibrazione (in grigio) avrebbe una forma simile:
Dal punto D, dove l'onda incontra un oggetto, si dipartono le proiezioni dei vettori che indicano le intensità e direzioni di vibrazione.
A seguito del fenomeno della riflessione, un'onda della radiazione solare viene polarizzata, ovvero manterrà costanti i piani di vibrazione. Basandosi su questo principio i filtri fotografici polarizzatori e le lenti Polaroid, sono capaci di schermare selettivamente gran parte la radiazione riflessa.
Il fenomeno radiativo si compone di onde elettromagnetiche il cui spettro è ampio (Δλ) e consente fenomeni che vanno oltre la generazione e propagazione della luce, la quale ne rappresenta solo una minima parte.
Ho approntato uno schema nel quale sono riportate le lunghezze d'onda dai 10^-6 ai 10^6 nanometri, ovvero una gamma che va dallo straordinariamente piccolo alle migliaia di kilometri, per descrivere le onde elettromagnetiche ed i fenomeni correlati al cambiare della propria lunghezza caratteristica.
Pur forse molti ignorandolo, le onde elettromagnetiche fanno parte della nostra realtà in maniera consistente, e sono generate in varie forme. Lo stesso corpo umano è un generatore di onde nel campo dell'infrarosso le quali permettono il fenomeno della trasmissione del calore per irraggiamento.
Come si vede marcato in rosso nella colonna centrale ed ingrandito in quella di destra, la porzione radiativa che l'essere umano è in grado di recepire sotto forma di luce visibile è solo una piccola parte dell'intero spettro rappresentato.
La luce diffatti è solo uno delle tante forme che assume il fenomeno radiativo in dipendenza della propria lunghezza d'onda. Così al di sotto dello spettro visibile troviamo i raggi ultravioletti ed al di sopra gli infrarossi. Così nominati per essere posizionati oltre i rispettivi due colori al limite del visibile. Ecco una rappresentazione grafica sintetica che rivredemo più tardi per associare alle quantità riportate la varietà qualitativa dei fenomeni generati.
- La frequenza [Hz], ovvero il numero di cicli compiuti (o vibrazioni) nell'unita di tempo. Grazie alla formula precedente (1.0) abbiamo stabilito un rapporto di proporzionalità inverso alla lunghezza d'onda λ . E' immediato dunque risalire a ν conoscendo λ dato che C ha un valore costante (3 10^8 m/s): ν=C/λ ;dunque per λ=1nm (o 10^-9 m) avremo 3 10^8 10^9 Hz = 3 10^17 Hz (confronta grafico).
-
Il livello di energia quantica, espresso in elettronVolt [eV]:
2.0
E = h ν
dove h = 6,626068 10^–34 J s = 4,13566924 10^-15 eV s è la costante di Plank
La costante di Plank h, dal valore estremamente piccolo, interviene su scala atomica, sostituendo il semplice prodotto di energia per unità di tempo della fisica classica.
Con questa fondamentale formula che valse il premio nobel ad Einstein, stabiliamo una relazione diretta tra energia e frequenza, rendendo facile associare valori di λ a valori di E. Difatti avremo che E= h ν / λ ; se dunque prendiamo un λ=1nm (o 10^-9 m) avremo 4,13566924 10^-15 eV s x 3 10^8 10^9 m s ~ 1.24 10^3 eV (confronta grafico)
Il valore di E definisce i livelli di energia secondo la teoria dei quanti la quale stabilisce che atomi e molecole possano esistere solo in certi stati energetici assorbendo ed emettendo energia solo in quantità determinata, discreta secondo quanto inizialmente osservato e stabilito da Max Plank durante lo studio della radiazione del corpo nero. Nel cambio di stato energetico viene assorbita od emessa energia in quantità uguale a quella necessaria per raggiungere lo stato di arrivo.
Il trasporto di energia avviene attraverso le onde elettromagnetiche dunque in forma di pacchetti discreti, i quanti.
Possiamo guardare così lo spettro elettromagnetico oltre che un intervallo di lunghezze d'onda, (o ugualmente di frequenze), un intervallo di energie fotoniche.
Dualismo ondulatorio-particellare
Introducendo il livello di energia quantizzata dobbiamo concepire il fenomeno luminoso non più solo come ondulatorio ma anche particellare per comprendere certi ambiti di interazione con la materia.
Al principio del '900 trai fisici non c'era dubbio che la natura della luce fosse ondulatoria, d'altra parte essi non avrebbero avuto motivo per supporre un modello differente, scomodando ipotesi di secoli prima, ed ignorando gli apporti compiuti da Christiaan Huygens e da James Clerk Maxwell nel campo delle onde e dell'ellettromagnetismo.
I primi passi verso una teoria particellare: le teoria di Einstein e De Broglie
Eppure c'era qualcosa che non permetteva al giovane Albert Einstein di sentirsi così a proprio agio nell'accettare interamente quel modello ormai così consolidato: c'erano i risultati di una situazione sperimentale che effettivamente non consentiva di chiudere la questione: L'effetto fotoelettrico rivelava una interazione della luce ultravioletta con la materia (una lastra metallica). Studiato con attenzione da grandi fisici come Schuster, Hertz, Wiedemann, Ebert, Hallwachs, Righi e Lenard non era in alcun modo compatibile con il modello ondulatorio della luce. Einstein nel 1905 ne diede la corretta interpretazione, azzardando di seguito il modello particellare della luce e dando alla luce la formula E = h ν. Nel 1921 venne insignito del premio Nobel, seppur tra le riserve dello stesso Plank e dei suoi sostenitori, restii a simile interpretazione della teoria dei quanti. D'altro canto rimanevano una serie di evidenze sperimentali per le quali la teoria particellare cadesse in difetto. Una per tutte la generazione delle frange di interferenza: era possibile una sola interpretazione, ovvero la sovvrappozione costruttiva (battimenti) o distruttiva di onde: la luce passando attraverso due sottilissime ( dimensione comparabile a λ ) aperture lineari generano su una parete di fondo numerose frange luminose alternate ad altre scure.
Il dibattito seguì e la sperimentazione andava via via accumulando risultati ambigui, dando sempre più credito alla teoria particellare senza però però riuscire a scardinare la teoria ondulatoria. Così nel '18 Compton sperimentò l'interazione della radiazione con la materia, con l'effetto suo omonimo. Nel '19 un'eclissi totale permise di osservare le stelle in pieno giorno, la cui luce risultò effettivamente deviata dalla massa solare, dimostrando l'esattezza degli "esperimenti concettuali" di Einstein.
Il punto di svolta si ebbe nel '24, quando Luis-Victor De Broglie presentò la sua tesi di dottorato sulla teoria dei quanti. Applicando il principio fondamentale di simmetria della natura mise a confronto la formula relativistica della conservazione dell'energia
E²=p²C² + (m0 C²) (ovvero E =m C² nella forma combinata col momento relativistico)
con
E= h ν
con
E= h ν
ipotizzando che la relazione venisse soddisfatta 1=1 con m=0, diede una ulteriore forza alla teoria che via via si andava radicando secondo la quale le radiazioni presentassero quei due aspetti che per secoli erano stati ipotizzati come separati e contrapposti: l'aspetto di onda e di particella. Alla particella, il fotone veniva così assegnata anche a lei una lunghezza d'onda, dando luogo alla "onda di materia":
3.0
λ=h/p
dove p è la quantità di moto di un fotone, detta anche λ di De Broglie e facilmente deducibile dalle formule esposte appena sopra.La massa statica è uguale a 0 poichè il fotone viaggia alla velocità della luce.
Questa intuizione fu di fondamentale importanza per i successivi sviluppi dell'indagine sulla natura della luce. Trovò fin da subito l'appoggio di Einstein, ad integrare i suoi precedenti studi.
Molti interrogativi però si posero. Ma questa particella come si comporta, si muove secondo un'onda? e se un'onda ha estensione infinita come si concilia con i concetti di massa, tempo, energia e spazio? è possibile vedere questa particella, localizzarle, tracciarne il movimento?
L'indeterminazione di Heisenberg precede ed accompagna la rivoluzione epistemologica del '900
La chiave di lettura non va cercata in quello che la fisica classica ci suggerisce, ci troviamo in un ambito quanto-meccanico il che può risultare di difficile interpretazione affidandosi alla normale percezione dimensionale e di moto che abbiamo e con essa il concetto di traiettoria risulta meno intuitivo.
Non è possibile conoscere simultaneamente e con precisione assoluta sia la posizione che il momento di una particella: secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg, tanto più precisamente possiamo localizzare il fotone quanto più perdiamo informazioni sulla sua traiettoria. Le variabili Δx (estensione unidimensionale) e Δp (impulso), coniugate nel mondo della fisica classica diventano incompatibili. Altresì lo sono ΔE e Δt. Heisenberg introduce un importante limite al trasferimento delle nozioni del mondo newtoniano a quello quantistico, stabilendo l'illeggitimità di pensare alla particella come avente posizione, massa, e traiettoria e soprattutto che non si è in grado di misurarle.
4.0
Δp Δx = ħ ΔE Δt = ħ
con ħ = h / 2πL'opera di Heisenberg introduce un importante cambio di rotta rispetto al metodo d'indagine ortodosso ponendo un limite teorico alla nostra capacità di investigare la natura: "i modelli che vengono dal mondo visibile, trasportati nell'interpretazione della fisica macroscopica, appaiono sfuggenti ed ambigui e non riescono più a spiegare la realtà […] Poiché lo strumento di misura è stato costruito dall'osservatore […] dobbiamo rammentare che ciò che osserviamo non è la natura in sé ma la natura sottoposta al nostro metodo d'indagine."
Alla ricerca di un senso per la meccanica quantistica: tra determinismo ed interpretazione di Copenhagen
Ma la visione di Einstein e De Broglie è ancora deterministica: "Dio non gioca ai dadi con l'universo", ogni fenomeno obbedisce a regole che possono essere determinate e indipendenti dal processo di misurazione: quando è notte il Sole continua a splendere dall'altra parte del mondo e anche se non possiamo osservarlo ne possiamo conoscere la posizione esatta. Il fronte di Einsten dibattè con Niels Bohr con una serie serrata di sfide dal carattere epistemologico (quinta e sesta conferenza di Solvay 1927-1930). Bohr, mentore di Heisenberg pur se spesso in conflitto con la sua ambizione, portò molto avanti le sue ricerche dandone spesso un'interpretazione ontologica più evoluta, l'interpretazione di Copenhagen. Inizialmente sconfitto dai ragionamenti di Einstein, ebbe infine la meglio difendendo la non violabilità del principio di indeterminazione, peraltro utilizzando le formulazioni dello stesso Einstein, il quale pregato da Bohr di "finirla di dire a Dio quello che deve fare" (i due erano amici e fruttiferi colleghi di studio) accettò solo parzialmente la sconfitta ribandendo che l'interpretazione di Copenahagen fallì nel fornire una rappresentazione sensibile ed accettabile della realtà. Diede così spazio all'ipotesi delle "variabili nascoste", fattori ancora (oggi) sconosciuti che in qualche modo influenzano il mondo microscopico, impedendoci di fornire una descrizione deterministica. In ogni caso il dibattito fu di grande importanza nel porre l'accento sui principi della non località quantistica, grazie ai ragionamenti scaturiti dagli esperimenti concettuali come la "scatola di Einstein", graficizzata da Bohr nel riuscito intento di dimostrarne l'inefficacia, la "trappola della luce". Nel '86 Grangier, Roger, Aspect ricevettero il nobel per dimostrare la violabilità del principio di località descrivendo sperimentalmente il fenomento dell'indissolubilità del legame fra due fotoni generati dallo stesso processo (entanglement) frantumando ogni possibile riserva sulla teoria quantistica con un esperimento i cui risultati stravolgono in forma definitiva la concezione della realtà classica, in totale conflitto con le radicate convinzioni del senso comune e basate sui fenomeni della vita quotidiana. Il gruppo di Alain Aspect ottenne sperimentalmente quegli stessi risultati, che, seppur condotti precedentemente solo in forma concettuale, non convinsero neanche una mente come quella di Einstein.
Una semplice analogia per comprendere l'indeterminazione nell'ambito microscopico
Tentiamo ora di capire perchè l'Indeterminazione limita la tanto agognata "cattura" completa del fotone a tal punto da farla divenire un non-senso. Tralasciando per semplicità gli esperimenti mentali di Solvay richiamo un'analogia introduttiva che seppur semplice può fare a meno dei formalismi matematici più complessi ed intimamente legati a concetti relativistici:
Immaginiamo Snoopy nell'intento di fotografare una palla in volo: egli vuole tracciarne la traiettoria e la posizione istante per istante. Quindi procede con una serie di scatti in raffica quando la palla gli passi davanti. E' libero di scegliere la frequenza di scatto, quindi la precisione con la quale registrare sia traiettoria che posizione. Eventualmente può calcolare posizioni intermedie applicando la formula v = s / t. Ciò che ottiene, supponendo che il suo strumento sia infallibile, può rasentare la precisione assoluta. A meno di un valore irrisorio e non apprezzabile in nessun modo, dovuto all'energia dei fotoni esercitata sulla palla, i quali potenzialmente ne devieranno la traiettoria. Se calcoliamo questo valore realizzeremo ci troveremo davanti ad una situazione simile a quella di formiche che spingono un grattacielo. Ragion per cui possiamo considerare a livello pratico la misurazione di Snoopy come esatta senza incertezze ed indeterminazioni: nel mondo macroscopico la contante di Plank h è assolutamente trascurabile.
Proseguiamo immaginando il sole emettere un solo fotone alla volta il quale intercettando la particella (la palla) sia deviata verso la camera di Snoopy, strumento in grado di fissarne le posizioni in intervalli di tempo della durata che si voglia. Se il fotone ha una sufficiente energia, ovvero una lunghezza d'onda sufficientemente corta, andrà ad intercettare la particella, urtandola, e verrà in direzione della camera, la quale restituirà una foto che riporta la posizione precisa della particella. Ma nell'urto la traiettoria della particella sarà anch'essa bruscamente deviata per sempre (effetto Compton che vedremo nella parte II). Dunque alla successiva fotografia avrò un'altra istantanea, però inutile, perchè la particella già starà compiendo tutto un altro percorso, e via dicendo.
Se allora istruissimo il sole affinchè emettesse le particelle una ad una però stavolta con una lunghezza d'onda superiore ed una energia inferiore, al crescere di λ Snoopy otterrà foto sempre più precise riguardo la traiettoria la quale sarà via via meno influenzata dal "bombardamento" energetico solare (riducendo o eliminando l'effetto Compton), ma via via grazie al crescere dei fenomeni di diffrazione perderà l'informazione precisa sulla posizione in un dato momento.
Heisenberg ci ricorda che se conosciamo esattamente dove si trova una particella, non possiamo avere idea che percorso stia intraprendendo e vice versa. Nel momento nel quale l'osservatore decida di fissarne la posizione potrà solamente determinare una probabilità di trovarla in un determinato punto dello spazio di oscillazione. Le particelle così sfuggenti al nostro intuito sono interpretate dalla scuola di Copenhagen come una nube probabilistica la quale assume effettivamente la forma di un'onda, non un'onda reale se non un oggetto matematico. Visone, questa, più radicale di quella invece assunta dalla scuola del determinismo che concepiva l'onda di materia, letteralmente materia spalmata in un intervallo spazio-temporale.
Ci saranno poi due punti limite oltre i quali non potrò ottenere nessuna istantanea: quando la frequenza sarà superiore a quella della luce, nessuna informazione potrà essere ricevuta. La frequenza è il rapporto tra le oscillazioni e l'unità di tempo, e perde di significato se almeno una oscillazione non sia stata compiuta. Ma anche quando la lunghezza d'onda della luce sia eccessiva o addirittura superiore alle dimensioni dell'oggetto da individuare avrò un risultato prima affetto da interferenza e poi da trasparenza. Di qui la duplice formulazione di inderminazione energia-tempo e posizione-impulso.
Come abbiamo osservato, quando trattiamo di particelle al limite dell'elementare, qualora voglia catturare un singolo elemento, sempre supponendo l'utilizzo di strumenti ideali in grado di emettere e di registrare una particella alla volta, dovrò farlo attraverso di un altro elemento che abbia approssimativamente le sue dimensioni e la sua lunghezza d'onda. E per studiare e misurare un qualsiasi oggetto ho sempre inderogabilmente la necessità di "toccarlo", di una interazione materiale la quale genera una perturbazione più o meno importante del sistema considerato.
La perturbazione del sistema non è causa dell'Indeterminazione
Qui dobbiamo però riflettere su quanto affermato: noi possiamo non avere dubbi che si creerà una perturbazione più o meno importante, come siamo sicuri che il sole splende in Cina quando qui è notte. Però il concetto stesso di perturbazione prevede la conoscenza di uno stato iniziale e di uno finale ovvero modificato. Se lo stato iniziale è ignoto, come lo è, dato che precede la misura stessa, non siamo più leggittimati ad affermare che la perturbazione è causa dell'indeterminazione, non potendo assegnare alcun significato ad una quantità finché non la si misuri. Secondo l'interpretazione di Copenhagen, in altre parole l'indeterminazione esiste non per semplici insufficienze strumentali (e perturbatrici) ma per proprietà ontologiche, assolute ed intrinseche della natura. A livello microscopico non si può prescindere dall'indeterminazione, poichè la natura degli elementi in gioco, la loro elementarità genera raffronti di massa, di posizione, di tempo ed energetici raffrontabili e fortemente influenzabili tra loro.
Nell'analogia lo stato iniziale ignoto è rappresentato dalla terza dimensione. Snoopy è vincolato dal suo mondo piatto fatto di carta, bidimensionale, però pur sempre integrato nella più ampia realtà tridimensionale dalla quale egli non può comunque svincolarsi. Può osservarla, toccarla e misurarla alla maniera in cui a lui è dato. Così i limiti nei quali agisce non giustificano il famoso bracchetto a ritenere che la sua relativa osservazione non rappresenti la descrizone della realtà. E' obbligato ad accettare un grado di indeterminazione la quale, ancora, è riflesso delle proprietà stesse della natura. In proposito, anticipando quello che Bohr scrisse sul principo di complementarità: "[...]Nel caso quantistico, dato che una realtà indipendente nel senso fisico usuale del termine non può essere attribuita né al fenomeno né agli strumenti di misura, si deduce che l’elettrone è un’onda o un corpuscolo a seconda dello strumento di misura usato.[...]"
La conoscenza della realtà, dalla causalità alla probabilità
La realtà dipende dall'osservatore al quale rimane la determinazione di una probalità che un oggetto si trovi in un limite spaziale circoscritto dalla propria oscillazione: nel momento in cui egli vuole localizzarla, lo troverà in un punto determinato secondo una probabilità. Così vale per la particella e così potrebbe valere per il sole in Cina che non vediamo di notte se fossimo in grado di valutare la sua oscillazione (cosa che idealmente è concepibile, ma non verificabile su un insieme macroscopico strutturato). Vacillano le certezze deterministiche, la conoscenza della realtà non è più dettata da un insieme causalità bensì probabilità. Un manipolo di uomini europei di scienza volenti (Heisenberg, Bohr) o nolenti (Einstein, Schrödinger ed il suo povero gatto 1) ) gettavano le basi per una grande punto di svolta nella conoscenza della realtà, in un contesto che seppur travagliato dalle grandi guerre fu estremamente prolifico di nuove idee che ad oggi sono accredidate dalla gran parte dei fisici e lo saranno fino a quando la teoria dei quanti rimmarà valida, nonostante una serie di critiche supportate da possibili paradossi che in apparenza ne minano le fondamenta 2).
Nesso tra l'intepretazione di Copenhagen ed il dualismo
Il dualismo fa sì che la luce, quando interrogata in fase sperimentale, ci dia una risposta da onda quando si investiga la sua natura ondulatoria, una risposta da particella quando si investiga la sua natura particellare. Si ottengono due risposte complementari poichè non entrano mai in contraddizione l'una con l'altra ma al contempo non si presentano mai contemporaneamente nell'ambito dello stesso esperimento.
La luce a seconda di come la osserviamo rivela due nature differenti. L'analogia più semplice e diretta può essere rappresentata da una figura della Gestalt: l'osservatore determina la visione di un volto femminile od in alternativa un uomo che suona il sax. Due interpretazioni separate dello stesso oggetto ed in dipendenza dall'osservazione compiuta.
Secondo il pricipio di complementarità di Bohr "Gli aspetti d'onda e di particella di un'entità quantistica sono entrambi necessari per una descrizione completa. Tuttavia i due aspetti non possono essere rilevati simultaneamente in un singolo esperimento. L'aspetto che si rivela è quello determinato dalla natura dell'esperimento che si conduce"
Il saggio di Bohr non fu accolto con molto entusiasmo poichè considerato eccessivamente ricco di sfumature epistemologiche e filosofiche e stravolgente nella sua essenza teoretica. Il principio di complementarità fu considerato a lungo solo un'addizione filosofica al quadro presentato da Born e Heisenberg. Solo in tempi recenti è stato rivalutato ed è entrato a pieno titolo nei presupposti di molta attività di ricerca teorica e sperimentale.
"[...]La nostra interpretazione dei dati sperimentali si basa essenzialmente sui concetti classici: per questo ci poniamo il problema se un elettrone sia un’onda o un corpuscolo. Nel caso classico, la relazione tra oggetto osservato e strumento di misura può, in linea di principio essere controllata perfettamente, e quindi se l’elettrone è un corpuscolo non è un’onda, e viceversa: in altre parole il fisico classico può dedurre dal risultato della misura che una delle due descrizioni è errata. Nel caso quantistico, dato che una realtà indipendente nel senso fisico usuale del termine non può essere attribuita né al fenomeno né agli strumenti di misura, si deduce che l’elettrone è un’onda o un corpuscolo a seconda dello strumento di misura usato. Quindi, per evitare i presunti paradossi legati al dualismo onda-corpuscolo, bisogna considerare il nuovo nesso che la teoria quantistica introduce tra oggetto e strumento.[...] La natura stessa della teoria dei quanti ci obbliga a considerare il coordinamento spaziotemporale ondulatorio e l’enunciato di causalità particellare, l’unione dei quali caratterizza le teorie classiche, come aspetti complementari, ma mutuamente esclusivi della descrizione, rappresentazioni complementari dei fenomeni che solo considerati insieme offrono una generalizzazione naturale del modo classico di descrivere le cose".
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1) Schrödinger tentò di evidenziare la natura paradossale dell'interpretazione di Copenhagen con un esperimento mentale nel quale si metteva a confronto il mondo microscopico con quello macroscopico: il suo gatto in una scatola con una sostanza radioattiva collegata ad un contatore geiger: qualora il contatore rilevasse nell'arco di un'ora il decadimento di un atomo (possibile ma non certo) invierebbe un segnale in grado di rompere un fiala di veleno e di uccidere il gatto. Il gatto fino all'apertura della scatole coesiste in infiniti stati di vita e morte sovrapposti. Poi risulta vivo o morto quando si effettui l'osservazione. In realtà tale osservazione non deve essere necessariamente svolta dall'uomo, la compie già da prima il contatore, all'interno del sistema. Per di più si raffronta il comportamento della singola particella con un insieme strutturato stabile
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2) Nel '35 Einstein Podolsky e Rosen pubblicarono un articolo "La descrizione quantistica della realtà fisica può ritenersi completa?" nel quale veniva condotto un esperimento concettuale evidenziandone i risultati paradossali (paradosso EPR) qualora si seguisse l'interpretazione di Copenhagen. I risultati di questi esperimenti (ivi incluso il gatto di Schrödinger) vengono oggi interpretati per lo più come evidenza dell'incongruenza nella trasposizione dell'intuizione newtoniana alla meccanica quantistica, pur se risposte definitive non sono state ancora fornite.
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Interessante è anche la posizione moderna di Roger Penrose: "… nonostante il perfetto accordo con gli esperimenti e la grande eleganza matematica, la meccanica quantistica non ha assolutamente senso". Riprende il paradosso di Schrödinger evidenziandone alcuni aspetti come la possibile sovrapposizione degli stati del contatore geiger stesso, essendo composto da ingredienti che appartengono anch'essi alla meccanica quantistica.
Anche lui, in forma simile ad Einstein, suppone la non conoscenza di alcuni parametri, ragion per cui il modello quantistico necessiterebbe di un aggiornamento: "Pensiamo a che cosa è implicato nell'umano capire, per esempio nella comprensione della matematica.Quando facciamo della matematica, nel nostro cervello accade qualcosa che va oltre la pura e semplice computazione, come del resto andiamo al di là del computer in altre aree dell'attività conscia. Il computer, che si basa sulla fisica che usiamo ora, può venire a capo di ciò che accade in una situazione fisica. Ma se le nostre menti lavorano in un modo che non è computazionale occorre convenire che ci troviamo di fronte a qualcosa di non riducibile alla fisica odierna. Voglio dire che ci sono buone ragioni per credere che la coscienza sia al di fuori della fisica che conosciamo".
note: Paradossi
Nella successiva parte dell'articolo tratterò l'interazione tra radiazione (in particolare la luce) e materia.
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