Roma, Afghanistan

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Roma, Afghanistan
Via Capitan Bavastro, pomeriggio del 10 novembre 2009


"Italy is a beautyful country, I love it, I hope I can continue to stay here and reconnect with my family" dice Amir (nome di fantasia) in un inglese dal forte accento. Viene da Kandahar ed è uno degli oltre cento rifugiati afgani che popolano la cosiddetta "buca afgana": accampamento-rifugio sotto il livello del suolo a meno di un chilometro dalle mura aureliane di Roma.
Un lotto scavato per far posto alle fondamenta di un nuovo edificio a pochi metri dall' Ex-Air Terminal, simbolo della ricca inefficienza degli anni '90, e di fronte al ministero dell'ambiente ed agli ordinati uffici della camera di commercio, mentre a poche centinaia di metri troviamo il polo cittadino dello svago notturno e spensierato dei locali dell'Ostiense.
Ma la "buca" passa inosservata persino dalla strada appena ristrutturata ed ampliata che gli passa sopra (via Capitan Bavastro).

Jamil (sempre nome di fantasia) è in Italia da più di due anni , il suo italiano è sciolto: "abbiamo le nostre tende qui in alto sul cemento ma senza una tettoia, cerchiamo ogni momento della giornata di tenere pulito, ma quando piove così acqua e fango si mettono ovunque". Lui, come la maggior parte delle persone qui, ha lo status di rifugiato e godono di protezione internazionale secondo i diritti fondamentali definiti dalle convenzioni internazionali e dalla Costituzione italiana. Sono solo uomini perchè per alle donne non è consentito uscire dall'Afghanistan, sono giovani, alcuni minorenni, in media hanno 25-30 anni.
Le loro storie sono tremende, ma, seduti in circolo, non negano di raccontarsi; chi è fuggito per evitare l'arruolamento coatto con i combattenti talebani, chi ha perso ha perso la famiglia sotto i bombardamenti. I più giovani, infine, sono stati mandati via dalle famiglie nella speranza di un futuro meno spietato.
Non trovano un lavoro. Nessuno vuole un senza dimora come impiegato. Eppure un impiego seppur umile e legale permetterebbe loro di uscire dalla "buca". Un circolo vizioso di cui sono vittime.

Scendendo nella buca quella che si respira è una grande dignità umana che viene difesa come è possibile, a dispetto delle condizioni inaccettabili per qualsiasi uomo.
Ora i profughi si trovano qui, ormai da troppo tempo ed in questi giorni la querelle è andata scaldandosi sotto le pressioni dei proprietari e tecnici del cantiere che devono poter continuare i lavori e dopo gli sgomberi delle forze dell'ordine dei giorni passati. Unica forza in campo è Medu, Medici per i diritti umani, che offre un sussidio medico-sanitario dopo aver installato un presidio permanente per mediare con le forze in gioco che stanno programmando lo sgombero.
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