Abstracta Roma
Venerdì 28 Novembre 2008
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Scritto da Enrico Piccininni
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Abstracta Roma
Con questo lavoro tento, perché solo di tentativo si può parlare, di raccontare l’anima di Roma liberandola dalla sua materia.
Non voglio documentarla ritraendone i suoi celeberrimi monumenti, vorrei parlare della e con la sua archetipa essenza. Non desidero, infatti, descrivere il ponte o la colonna o il Colosseo. Voglio raccontare quell’essenza che li unisce in un unico canto. Mi piacerebbe riuscire a dirvi l’immensa e solenne rovina di Roma che, arrivando dal passato, è incessantemente rinnovata dal futuro. Nell’immanenza d’un perenne presente.
Al fine di raggiungere questo mio intento, sono ricorso ai più vari espedienti.
Nella Colonna Aureliana, ad esempio, mi son permesso di far mio il concetto michelangiolesco, di Platonica memoria, esperito nella locuzione «per via di levare»: togliere, cioè, il superfluo per rintracciare la forma corrispondente all'Idea primigenia.
Ho, infatti, condotto un processo d’eliminazione degli elementi accessori, che strutturano l’aspetto dell’ opera, per affrancarla dalla sua condizione d’elemento architettonico, di colonna, d’oggetto celebrativo perché potesse manifestarsi il suo essere testimone del lungo viaggio compiuto attraverso il tempo.
Nell’Acquedotto Claudio, invece, costringo l’osservatore a recepire la scena dall’estremo punto in basso dell’arco: è sufficiente, pertanto, proporre un inconsueto modo di guardare per rendere “irriconoscibile” la “costruzione” e, pertanto, metterne in risalto la sua parte, per così dire, più “spirituale”.
È usando alternativamente queste tecniche, più spesso miscelandole, che ho cercato di raggiungere il compito prefisso.
Fotografie e testo di Enrico Piccininni
Non voglio documentarla ritraendone i suoi celeberrimi monumenti, vorrei parlare della e con la sua archetipa essenza. Non desidero, infatti, descrivere il ponte o la colonna o il Colosseo. Voglio raccontare quell’essenza che li unisce in un unico canto. Mi piacerebbe riuscire a dirvi l’immensa e solenne rovina di Roma che, arrivando dal passato, è incessantemente rinnovata dal futuro. Nell’immanenza d’un perenne presente.
Al fine di raggiungere questo mio intento, sono ricorso ai più vari espedienti.
Nella Colonna Aureliana, ad esempio, mi son permesso di far mio il concetto michelangiolesco, di Platonica memoria, esperito nella locuzione «per via di levare»: togliere, cioè, il superfluo per rintracciare la forma corrispondente all'Idea primigenia.
Ho, infatti, condotto un processo d’eliminazione degli elementi accessori, che strutturano l’aspetto dell’ opera, per affrancarla dalla sua condizione d’elemento architettonico, di colonna, d’oggetto celebrativo perché potesse manifestarsi il suo essere testimone del lungo viaggio compiuto attraverso il tempo.
Nell’Acquedotto Claudio, invece, costringo l’osservatore a recepire la scena dall’estremo punto in basso dell’arco: è sufficiente, pertanto, proporre un inconsueto modo di guardare per rendere “irriconoscibile” la “costruzione” e, pertanto, metterne in risalto la sua parte, per così dire, più “spirituale”.
È usando alternativamente queste tecniche, più spesso miscelandole, che ho cercato di raggiungere il compito prefisso.
Fotografie e testo di Enrico Piccininni

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