Vita a basso costo nel quartiere di Bon Pastor - Barcellona

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Una delle Casas Baratas del quartiere  popolare di Bon Pastor interno di una delle "Casas  Baratas" del quartiere popolare di Bon Pastor particolare di un  interno dei nuovi  appartamenti edificati nel quartiere popolare di Bon Pastor l'Ayuntamiento di Barcellona (Istituto di  Case Popolari) ha provveduto a far "tappare" le  abitazioni in vista delle demolizioni...

Vita a basso costo nel quartiere di Bon Pastor - Barcellona
Barcellona - Spagna


Fotografie di Daniele Veneri

Un paese circondato dalla città. Quando il Comune di Barcellona costruì le settecentoottantaquattro piccole case sulla riva del fiume Besòs, questa zona era aperta campagna, senza nessun servizio, in mezzo al nulla. Era il 1929, e vi si alloggiarono gli immigrati andalusi e mursiani, attratti dalla città in espansione. Oggi, Bon Pastor, da cui durante la Guerra Civile partirono le colonne di miliziani a combattere contro Francisco Franco, è stato raggiunto dalla metropoli, e si trova a vivere un nuovo conflitto: metà quartiere appoggia la demolizione delle case, mentre l’altra metà ha fatto della protesta contro questo progetto una ragione di vita.

Per Barcellona, la « città degli architetti », questo quartiere popolare, carico di ottant’anni di storia, è troppo poco densamente edificato per entrare appieno nella nuova conformazione urbana. Un accordo firmato nel 2003 tra il Comune, il Comitato di quartiere e il Patronato (l’ente pubblico che detiene la proprietà delle case) ne prevede la demolizione integrale, e il trasloco di tutti gli inquilini in palazzi costruiti su parte dei terreni liberati. « Un debito che la città aveva con il quartiere », secondo il presidente del Patronato, Eugeni Forradellas.

Ma per un altro settore di popolazione, perdere le case in cui sono nati e hanno vissuto tutta la vita è un trauma: « Che ci faccio io con un appartamento, se per pagarlo mi devo togliere in pane di bocca? Hanno lasciato le case al loro destino, abbiamo dovuto risolvere noi tutti i problemi, il tetto, le pareti, l’umidità che viene su dal fiume… ora che abbiamo superato la miseria del tempo della dittatura, queste case sono delle piccole ville in piena città : e i terreni valgono oro, è per questo che ora si sono ricordati che le case non sono nostre! ». Le comodità e la privacy dello stile di vita moderno non compensano la perdita dello spazio pubblico, la fine della socialità tra i vicini, le cene all’aperto d’estate, i fuochi della notte di San Juan, i bambini che giocano liberamente nelle piazze.

Eppure il Comune dispiega una forte propaganda contro le case, che dichiara obsolete e poco dignitose. Questo disprezzo è interiorizzato da molti inquilini, che non riescono più a distinguere tra la propria volontà e ciò che gli viene detto che è migliore per loro: creando un conflitto che ormai, più che tra giovani e vecchi, o tra poveri e meno poveri, è diventato conflitto interno alle famiglie, a volte interno agli stessi individui. «Io preferisco un appartamento. Anche perché non ho scelta. Se mi ristrutturassero la casa, sarebbe un sogno ; ma non lo faranno mai, per questo ho votato ‘sì’ al referendum sulla demolizione. Spero solo che non mi mettono una famiglia di gitani al piano sopra al mio». Come ogni conflitto civile, alle differenze di condizione sociale e di appartenenza politica si sommano altre divisioni, per esempio le tensioni verso i gitani, che fino ad ora erano rimaste relativamente poco importanti.

L’associazione « Nonni del quartiere », in difesa delle case e dei diritti degli inquilini, dal 2003 cerca l’appoggio di altri collettivi ed istituzioni per dar voce alle proprie richieste; ma il panorama associativo di Barcellona è dominato dal Comune e dai partiti che lo controllano, che su Bon Pastor hanno messo il veto. All’esterno però le cose sembrano muoversi. La International Alliance of Inhabitants, rete internazionale in difesa del diritto alla casa, dopo essersi interessata al caso di Bon Pastor in seguito ad un violento sgombero nell’autunno 2007, ha deciso di promuovere un Concorso d’idee per « ripensare Bon Pastor », aperto ad architetti, antropologi, sociologi ed urbanisti, che vogliano proporre un’alternativa che rispetti il patrimonio materiale ed immateriale di questo quartiere finora confinato nell’oblio. Oltre centoventi gruppi provenienti dai cinque continenti hanno risposto all’appello, e molti professionisti di queste discipline hanno cominciato a visitare il quartiere. Stavros, architetto dell’università di Atene, dopo aver visitato Bon Pastor alla fine di gennaio, ha dichiarato : « conosciamo un caso molto simile anche nella periferia di Atene. Però lì i tecnici hanno potuto collaborare con la popolazione ; ogni famiglia ha espresso le proprie necessità, e gli architetti si sono ingegnati per trovare una soluzione buona per l’intera popolazione. Cercheremo di presentare una proposta che porti avanti questo tipo di approccio ». « Bisogna fare in modo che l’architettura e le scienze sociali lavorino insieme, per costruire un piano davvero partecipativo » . Ma i tempi delle scienze sociali sono lunghi, e le scavatrici stanno già scaldando il motore per la prossima ondata di demolizioni.

Articolo di Stefano Portelli, antropologo, attivo a Bon Pastor dal 2004; da un anno collabora con il gruppo di professionisti delle scienze sociali e dell'architettura che hanno dato vita al concorso "Repensar Bon Pastor", che ha l'obbiettivo di costruire un piano alternativo alla demolizione delle case.

Daniele Veneri, giovane talento della fotografia napoletana di reportage e d'inchiesta, si è immerso nella realtà del Bon Pastor vivendo a stretto contatto con i suoi abitanti per un periodo di due settimane. Il suo lavoro è già apparso su varie testate giornalistiche nazionali. Daniele ha inoltre esposto i suoi lavori in mostre personali e collettive.
Un sentito ringraziamento per la sua disponibilità e gentilezza. Puoi vedere gli altri lavori di Daniele nel suo sito ufficiale.
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